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Presentato a Cernobbio Il rapporto ABB sulle Smart Cities

L’Italia? Pronta a diventare smart

Per la svolta intelligente molte città sono già pronte: il centro più smart d’Italia sarebbe Milano, seguito da Roma e Venezia

Presentato a Cernobbio Il rapporto ABB sulle Smart Cities

L’Italia? Pronta a diventare smart

Per la svolta intelligente molte città sono già pronte: il centro più smart d’Italia sarebbe Milano, seguito da Roma e Venezia

MILANO – L’Italia è pronta a una svolta «intelligente» e a trasformare le sue città in smart cities, il termine tanto di moda quanto universale su cui si discute negli ultimi anni? Secondo lo studio presentato a Cernobbio sembra proprio di sì, a patto di scendere a sacrifici economici: per far sì che il modello urbano delle nostre città cambi e garantisca ai cittadini una qualità della vita elevata, mettendo loro a disposizione risorse e spazi e opportunità di crescita, è necessario spendere (da qui al 2030) 3 punti di PIL l’anno focalizzati unicamente sul tema «smart». Ma il gioco, dice il rapporto sulle Smart Cities in Italia realizzato da The European House-Ambrosetti per conto di ABB e appena reso pubblico, vale la candela: rendere le città più intelligenti vuol dire dare alla popolazione una vita migliore, in tutti i settori, dai mezzi di trasporto, alla connessione a internet, al consumo energetico, al rapporto con la pubblica amministrazione. Basti pensare che gli italiani spendono il 25 per cento in più del loro tempo – rispetto ai colleghi europei – per accedere a servizi base e in lunghi cavilli burocratici.

3 PUNTI DI PIL – Il dato economico più significativo emerso dal rapporto si risolve in un calcolo: per creare un “modello urbano capace di garantire un’elevata qualità della vita e una crescita personale e sociale delle persone e delle imprese, ottimizzando risorse e spazi per la sostenibilità” (questa la definizione di smart cities contenuta nel rapporto) bisognerebbe investire nei prossimi 28 anni 3 punti di PIL l’anno, pari a 50 miliardi di euro l’anno, ridotti a 6 miliardi di euro se si focalizza l’attenzione solo sulle 10 città principali del nostro Paese. Ma secondo lo stesso rapporto, avere centri abitati organizzati con maggiore efficienza corrisponderebbe a 10 punti del PIL, e non 3. Nello specifico, il corrispettivo dei 10 punti di PIL guadagnati si ottiene grazie alle innovazioni tecnologiche nei settori chiave di sviluppo: l’energia, le risorse, l’edilizia, la mobilità urbana.

LE 13 VIRTUOSE – Dall’analisi di ABB focalizzata sulla situazione italiana emergono comunque anche i primi passi svolti nel Paese verso città intelligenti: molti grandi centri da anni hanno creato fondazioni e gruppi di ricerca per portare avanti progetti legati al tema delle smart cities e si sono dati policy e strategie per i prossimi anni. Tra queste, l’osservatorio CERTeT-Bocconi che ha trasformato in indice alcuni valori, come il beneficio per i cittadini dato dalle nuove politiche, e ha analizzato l’incidere dei buoni risultati raggiunti nei campi smart, ha anche decretato quali sono le prime tredici virtuose italiane nel campo dell’evoluzione smart. Al primo posto si trova Milano, con un indicatore di “smartness” che super il 50 per cento, seguita da Roma, Venezia, Bolzano e Bologna. Al sesto posto Genova, seguita da Trieste, Torino e Palermo. Al decimo si trova Napoli, con a ruota Verona, Firenze e Bari in tredicesima posizione.

I GRANDI TEMI – In modo generico, parlare di svolta intelligente richiama un tema molto ampio e dibattuto, l’introduzione di tecnologie innovative e funzionali. Ma nello specifico, ecco le grandi famiglie di interventi in cui le amministrazioni possono operare: innanzitutto la mobilità urbana, ovvero il traffico, i mezzi di trasporto, i collegamenti tra città e città e tra centro e periferia. Poi la sostenibilità ambientale, cappello sotto cui trovare la gestione del suolo, dell’acqua e dei servizi idrici, l’energia e l’impatto ambientale dei nostri consumi. Ancora, l’ICT e i grandi progetti italiani, a partire dall’Agenda digitale, passando per la decantata abolizione della carta nella pubblica amministrazione o dalla carta di identità elettronica, per arrivare anche al Wi-Fi pubblico. Fino alla parte più legata alla società, che include scuola, sanità, partecipazione alle politiche locali e che porta al più generico stimolo del miglioramento della qualità della vita personale.

CITTADINI CONFUSI – Nonostante i primi risultati positivi, quel che emerge dal rapporto è una certa confusione sul tema smart cities. Intanto perché, negli anni, sotto questo cappello sono state raggruppate tematiche sinergiche ma diverse tra loro: dieci anni fa il termine veniva usato come equivalente della città digitale e dunque puramente riferito alle infrastrutture tecnologiche, qualche anno dopo l’attenzione si spostò sulla partecipazione dei cittadini alla vita pubblica, fino a una accezione oggi più improntata sulla qualità della vita a tutto tondo. Non a caso, il 78 per cento degli italiani dichiara di non aver mai sentito parlare di smart cities, mentre un altro 14 per cento «non ricorda». Ecco perché, sostiene il rapporto, è necessario creare un modello tutto italiano di città intelligente. A commento dei dati, l’amministratore delegato di ABB Spa Barbara Frei parla infatti di identità culturali di cui tenere conto: «È necessario che il Paese colga l’opportunità smart cities come uno stimolo all’avvio di un percorso progettuale e sistematico verso un’evoluzione necessaria, dando un’impronta tutta italiana a questo cammino che tenga conto delle identità culturali, delle dimensioni, delle vocazioni e delle caratteristiche peculiari delle nostre città».

Fonte: corriere della sera